Sono positivo. In questo caso non avrei saputo scegliere di meglio. Cees Nooteboom ha vinto il premio LericiPea alla carriera. Sembrerà poca cosa per un autore di fama internazionale; tuttavia vedere il suo nome allineato a quello di Adonis, Montale, Heaney, Luzi e molti altri mi fa ben sperare. Nonostante la poca conoscenza che l’Italia ha delle sue liriche, è riuscito, in un modo o nell’altro, ad arrivarci.

Cees Nooteboom è un narratore, un commediante, un drammaturgo, un viaggiatore, uno scrittore ma, prima di tutto, lui è un poeta. A noi sono arrivate soprattutto le opere in prosa tra cui “Le volpo vengono di notte” e “Lettere a Poseidon”. Persino mia madre, amante di ben altro genere di letteratura, ha scoperto da poco di aver letto un suo libro (“Verso Santiago. Itinerari spagnoli”). Tuttavia il suo atteggiamento, il suo modo di approcciarsi, di guardare alla vita, la sua prosa liscia e musicale tradiscono la sua vera natura.

Nel mio piccolo, ho apprezzato tantissimo uno dei suoi ultimi libri, per certi versi il più meditato e sperimentale. “Tumbas” è l’emblema della sua poliedricità: all’interno della stessa opera troviamo narrativa, storia, liriche, citazioni e fotografie senza però uscire mai dall’argomento principale. “Tumbas – tombe di poeti e pensatori” parla del rapporto con la morte, nostra e di altri; parla di letteratura e di come essa riesca ad evincere il limiti dello spazio e del tempo; parla di Cultura (con la C maiuscola), di quella che non si pone barriere.

“Tumbas” è il saluto di Cees Nooteboom nei confronti dei suoi maestri, che sono anche i nostri, un ripercorrere le nostre radici a ritroso; è anche un pellegrinaggio trentennale, il viaggio stesso per trovare (o non trovare) i resti fisici di quelli che non ci sono più e parlano ancora. Incontriamo qui una carrellata di prosatori molto borderline, di filosofi ma, soprattutto, di poeti. Anche in questo caso Nooteboom non riesce a nascondere la sua preferenza che lo porta, inevitabilmente, a identificarsi con loro, sempre con il rispetto che si deve agli antenati.

Solo attraverso la morte lui si tradisce e ci lascia scorgere oltre la maschera. Solo di fronte all’informe lui si rivela poeta, essere dionisiaco e apollineo per eccellenza. Vi lascio allora con un piccolo ribaltamento: questo testo, tratto dalla sua ultima raccolta di poesie “Luce Ovunque”, parla degli ultimi giorni del dedicatario prima dell’eutanasia (scelta fatta a causa dell’alzheimer).

SERA
            in memoria di Hugo Claus

La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
piena di nostalgia della costa, ogni cosa un alfabeto
di segreti desideri, questa è la sua
ultima visione prima del buio,

il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme di parole,
nel bicchiere solo la feccia,
le linee non più collegate

che erano state un tempo pensieri,
non verrà più qui alcuna parola
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini mosse, scollegate,

del vento il suono
ma non più il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo,

un domestico pigro, in attesa
in corridoio, con uno stupido sorriso
mentre sfoglia il giornale
con le sue folli notizie.

Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge
e se lo porta via a nuoto,
animale mansueto

con la sua preda.