Questa mattina ho deciso di rilassarmi e giocare un po’ con gli Hashtags di Instagram. Ecco quel che è venuto fuori.

Prima però un piccolo antefatto. L’autore Franco Arminio, piuttosto conosciuto nell’ultimo periodo, ha deciso di lanciare una campagna social per il 15 settembre: #assaltoallapoesia. In cosa è consistita? Lettori uscite di casa, fatevi una passeggiata, poi entrate in libreria e comprate un libro di poesia; fateci una foto e postatelo con l’hashtag abbinato. Fine.

Tralasciando i malinconici motivi per cui è stata scelta proprio quella data, il mondo della poesia italiana – capace di attaccar baruffa su tutto tranne che per questioni concrete – si è diviso. Da una parte i ben-speranti che, vedendo la portata mediatica dell’evento (molte librerie indipendenti e non, prima tra tutte la Feltrinelli, hanno cavalcato l’onda) hanno subodorato la possibilità di un rinnovato interesse nella poesia, o almeno, di un tentativo di rianimazione sfruttando la vanità social. Dall’altra parte i puristi-cosmici hanno inteso solo la spettacolarizzazione dell’evento, legato a doppio filo con l’interesse economico.

Cos’è accaduto alla fine? Ho provato a scoprirlo studiando le immagini pubblicate su instagram (quindi il mio ambito di studio è circoscritto solo a quel social network).

Prima parliamo del cotesto, cioè quello che non era direttamente “libro acquistato”. Ho visto librerie, blog letterari e autori far girare l’iniziativa; molte le case editrici che hanno sfruttato la cosa per far conoscere la loro collana di poesia. Inoltre sono sbucati alcuni eventi letterari: letture, presentazioni, ho visto addirittura maldestri tentativi di insta-poetry (poesia scritta sul momento e regalata; una pratica, secondo me, controproducente).

Su circa 400 post che hanno proposto l’hashtag in questione, sono all’incirca 136 i libri acquistati sul momento, con un buon equilibrio tra autori italiani e stranieri. Ho sempre paura a parlare di poesie straniere particolarmente diffuse, perché in Italia è facile confondere il testo tràdito con quello originale e quindi diffondere un canone non solo lontanissimo da quello dell’autore -Szymborska docet- ma del tutto inesistente e appiattito. Tralasciando questa parentesi, il discorso si fa interessante quando andiamo a vedere gli 11 autori che, in base alle foto, hanno venduto di più, anche perché rappresentano quasi il 50% dei libri acquistati. Aggiungo una nota: non sono andato a vedere i singoli testi.

1^ - Franco Arminio (22 venduti)
2^ - Rupi Kaur (9 venduti)
3^ - Michele Mari (8 venduti)
4^ - Pablo Neruda (6 venduti)
5^ - Wisława Szymborska (4 venduti)
6^ - Alda Merini (3 venduti)
   - Mariangela Gualtieri
   - Pedro Salinas
   - Federico Garcia Lorca
   - Fernando Pessoa
   - Andrea Melis

Alcune cose ci stupiscono, altre meno. A me torna subito in mente l’articolo sulla classifica dei libri di poesia più venduti nel 2016 : possiamo notare che 4 autori della top10 coincidono, sebbene in posizioni diverse. Dunque a due anni di distanza certe statistiche non sono cambiate; Michele Mari sale addirittura di una posizione.

Salta subito all’occhio il primo classificato che, tra le altre cose, è l’autore più citato tra quelli che non hanno acquistato libri. C’è un discreto scarto tra il primo e la seconda classificata e, guarda caso, è proprio lui ad aver lanciato la campagna. Tracciamone rapidamente un profilo: “Cedi la strada agli alberi”, 2017; “Cartoline dai morti“, riedizione 2017; “Resteranno i canti”, 2018. Tre libri piuttosto popolari, pubblicati nel giro di un anno; presenze fisse di ogni libreria.

Libri presenti tanto quanto Rupi Kaur, pseudopoeta di instragram, paladina del femminismo capitalizzabile alla Freeda, pubblicata da Tre60 a partire da “Milk and Honey”, libro rivelazione del 2014 per il tema del femminicidio (lungi da me sminuire il problema) ed osannato anche per i disegnini (secondo le prerogative visive dei social network) da lettori che forse non conoscono, per fare un esempio, Leonard Cohen e “Il libro del desiderio”.

Stessa situazione per Mari, Neruda (ovviamente quello delle poesie erotiche in tutte le salse possibili) e Szymborska. Stendo un velo pietoso sugli altri, finiti in classifica per chissà quale campagna commerciale (vedi Melis) o strana fluttuazione di mercato (Gualtieri).

A Grandi linee, l’equilibrio tra stranieri e italiani rimane. Non si mantiene però tra uomini e donne; il rapporto è 7 a 4, delle quali almeno la metà forniscono una visione decisamente stereotipata dell’universo femminile, più adatta ad un immaginario POP.

Alla fine di questa tirata che non vuole significare molto, cosa possiamo trarre? L’iniziativa, idealmente lodevole, si è risolta in una riproposizione delle solite coordinate culturali, per almeno due ragioni, legate a una realtà di fondo:

1) Nessuno sembra essersi preparato davvero all’evento. Librerie e case editrici si sono solo limitate ad aderirvi, ma quasi nessuno ha pensato a organizzare qualcosa, come un incontro o un reading. Tutto è rimasto nelle mani degli acquirenti, non c’è stata alcuna mediazione. Ho visto un mucchio di pubblicità, in particolare da parte di singoli autori, ma pochissime iniziative di riflessione e condivisione;

2) spingere le persone a entrare in libreria e a prendere un libro a loro scelta, senza prima prepararle (se poco avvezze) oppure non portarle ad ordinare qualche altro libro per quella data (una delle regole del contest era di evitare i distributori online), ha conseguentemente messo nelle mani del mercato la scelta del tomo. Perché se nella risicata mensola della poesia si trovano solo 10 libri, scelti in base alle statistiche di vendita, è ovvio che ci sarà un picco nella vendita di quelli e l’acquisto diverrà quasi autoreferenziale, il mercato che si auto-certifica.

Morale della favola: nell’improvvisazione generale, si sono semplicemente confermate le statistiche di sempre. Non c’è stato un approfondimento perché gli sprovveduti hanno acquistato ciò che la libreria gli proponeva (libri scelti in base agli acquisti dettati dalle scelte fatte da altri sprovveduti); chi invece mastica poesia o ha boicottato l’intera iniziativa, oppure si è scorato di fronte all’ennesima parete di Merini o Neruda romantico. Ancora troppo pochi i tentativi di comunicare la poesia, non so se per colpa della progressiva sparizione di librai che si attivano direttamente oppure per gli esperti del settore, critici e/o poeti, troppo persi nel loro snobismo.

Alla fine dobbiamo chiederci: la poesia ci ha guadagnato davvero? Non saprei. Di certo l’hanno fatto Franco Arminio e le non-sempre-virtuose grandi realtà editoriali. Agli altri, le briciole.

[In copertina: la locandina di un evento organizzato per l’occasione ad Andria]