Siamo in quel periodo dell’anno in cui il Lerici Pea premia un poeta per la sua carriera. Nonostante la sempiterna aria da salottino, riescono a stupirci con autori decisamente inusuali in Italia.

Scelta logica in un’ottica internazionale ed europeista, quest’anno il premio è stato dato a Carol Ann Duffy. Scelta logica per i canoni esteri ma disattesa in l’Italia; l’autrice, nonostante l’enorme successo in madrepatria, qui è pressoché sconosciuta.

Femminista, bisessuale, madre, cantrice di un eros femminile senza fronzoli e fuori dagli schemi comuni. Nella Duffy convivono, in continuo accordo, immagini rassicuranti per l’italiano medio (es: la madre protettiva) ed elementi disturbanti (es: la moglie insoddisfatta che manda al diavolo il marito). Nel Regno Unito è stata la prima donna ad essere nominata Poeta Laureata (potremmo definirla la scrittrice di corte di Elisabetta II); sue poesie vengono recitate in vari luoghi e riesce, col suo linguaggio fresco e musicale, a far presa tanto sugli accademici, quanto sulle nuove generazioni. In Italia viene pubblicata principalmente da “Le Lettere” (tralasciando un’antologia di poesia erotica della Crocetti) e la sua diffusione è tristemente limitata.

Certo, uno dei presupposti per entrare a pieno nella sua poetica è conoscere la lingua. Una lingua pacata, ritmica, ma anche sferzante nel momento del bisogno. Le rime non debordano mai, sebbene si affollino le assonanze interne al verso.  Un suono richiama un altro e, all’improvviso, ci si ritrova nel pieno della cavalcata ritmica con tutti i richiami fonici possibili. Insomma, la poesia di Carol Ann sa farsi desiderare ma sul più bello dà tutta se stessa.

Ho recentemente letto “La moglie del mondo” (lo consiglio vivamente). In quest’opera si incontrano l’Ovidio delle Heroides e la sorella gemella di Shakespeare ipotizzata da Virginia Woolf in “A room for one’s own”. In Italia ovviamente prende il sopravvento il primo collegamento, per l’amore dell’epica classica e grazie a un riquadro interpretativo ben più rassicurante. La mia prospettiva è leggermente diversa: sebbene si tratti di un’opera di fantasia (non è detto che la signora Darwin abbia dato al marito dello scimmione), riesce comunque, come vocazione, a seguire quella “storia del silenzio” (come storia di chi non ha potuto aver voce) auspicata dalla Woolf. L’intera opera parte dal presupposto di un rapporto con un “altro” di sesso maschile, ma stavolta a dettare la sua immagine è una donna (come scrittrice e come soggetto). Non solo; nei testi più pacificanti con l’altro sesso, l’autrice sviluppa un erotismo profondamente conturbante (Queen Kong che indossa le ossa dell’amato come ciondolo) e carnale (il tocco mancante di Mida).

Che altro dire? Come due anni or sono nel caso di Cees Nooteboom, mi ritengo soddisfatto della scelta, anche, e soprattutto, perché, grazie a questo evento, qualcun altro in Italia avrà l’occasione di leggere le magnifiche parole di Carol Ann Duffy.

 

[Immagine presa dalla pagina ufficiale del premio “Lerici Pea”]